La questione del fine vita è molto complessa e ampia: in questi giorni si è parlato molto di eutanasia e suicidio assistito, facendo riferimento anche al DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), altrimenti noto come Legge sul Biotestamento.
Meglio chiarire subito i significati di questi termini tecnici.
Per eutanasia, in senso etimologico, si intende “dolce morte” o “morte buona”, ma oggi questa parola ha un significato diverso e l’eutanasia viene definita come «un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati» (Dalla “Dichiarazione sull’eutanasia Iura et bona pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980).
Essa si distingue in attiva e passiva. L’eutanasia è attiva quando la morte è provocata da interventi diretti del medico, come, ad esempio, la somministrazione di farmaci che determinano o accelerano la fine della vita. E’ passiva quando il medico interrompe o si astiene dal compiere interventi che permettono di prolungare la vita di un malato, procurandone la morte anticipata.
Inoltre l’eutanasia può essere volontaria, quando è eseguita su domanda esplicita del soggetto, o non volontaria, quando è un terzo che ha la responsabilità del soggetto in esame a richiederla.
Quando si parla di suicidio assistito si fa riferimento ad una vera e propria scelta di porre fine alla propria vita, facendosi assistere da un medico che collabora con lui.
Il DAT, infine, è un insieme di disposizioni da parte di un soggetto che dispone per sé stesso la scelta di morire qualora nel futuro fosse nell’impossibilità di intendere e di volere. Un vero e proprio testamento.
Lo Stato italiano, di cui facciamo parte, ha fatto la scelta di ritenere non punibile chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.
Naturalmente, da parte della Chiesa Italiana la reazione è stata molto critica e oppositiva. La medicina non può e non deve essere usata per sostenere e facilitare la scelta di una persona malata che vuole morire. Un medico non può accompagnare la persona assistita al suicidio.
“Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).
Sulla scia di questa parola di Gesù, mi sorgono spontanee dal cuore queste parole:
Sì alla vita!
La vita è per ogni uomo un valore, la vita è per tutti dono! Dono dei genitori, dono di Dio!
La vita porta in sé il senso del sacro e «nessuno ne può disporre a piacimento» (Sacra Congregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980).
La vita umana è inviolabile sempre.
No all’aborto!
No alla pena di morte!
No ad ogni forma di eutanasia!
No al suicidio! No al suicidio assistito!
Sì alla persona degna di amore!
Sì al rispetto, sì alla fiducia, sì alla libertà, sì alla cultura dell’incontro, sì all’accoglienza, sì ad una logica del dono e dell’amore, sì ad ogni espressione di apertura alla vita!
No ad una falsa libertà!
No a una libertà che risulta essere contraria alla vita, al valore della persona, sempre e comunque degna di amore.
No a tutte quelle espressioni di libertà che risultano essere confuse con scelte di compassione, di pietà, di umanità.
«È importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia. Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: «Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente» (n. 169).
(Dal Discorso di Papa Francesco alla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, 20 settembre 2019).
No a una cultura dello scarto, no a una cultura di morte!
Ancora Papa Francesco scrive in un tweet: “Non costruiamo una civiltà che elimina le persone la cui vita riteniamo non sia più degna di essere vissuta: ogni vita ha valore, sempre”.
Non si capisce come si possa parlare di umanità, di sensibilità, di pietà, di compassione e di libertà ammettendo un qualsiasi suicidio assistito. Mi associo al pensiero del segretario della Cei, Mons. Stefano Russo, chiamato ad intervenire nella Conferenza stampa dopo la decisione sul suicidio assistito: “Non comprendo come si possa parlare di libertà, qui si creano i presupposti per una cultura della morte in cui la società perde il lume della ragione”.
E concludo con le parole di Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, così vicine all’uomo e così evangeliche: «La vita va accolta, difesa, custodita e accompagnata. A noi non viene chiesto mai di fare il lavoro sporco della morte: chi ama, aiuta a vivere. E se questo amore è forte, non aiuta mai ad accorciare la vita; semmai, ad accompagnarla perché sia un passaggio il più possibile umano. Ma l’amore è più forte della sofferenza e persino della morte» (5 giugno 2019).
Siamo chiamati a ridare al mondo la speranza, senza arrenderci, prendendoci cura della vita in ogni suo passaggio. L’eutanasia e il suicidio assistito sono stati, sono e saranno sempre una sconfitta per ogni uomo.

+ Cristiano Bodo
Vescovo di Saluzzo