L’occasione era l’Assemblea generale annuale delle Pontificie Opere Missionarie. Incontro non realizzato in presenza, come innumerevoli altri in questo periodo. Il Papa, che doveva partecipare personalmente, ha inviato un Messaggio che non contiene certo parole di circostanza. Si tratta infatti di un corposo documento il cui tema è la missione e in specifico l’attività delle POM, ma ben si può applicare a tutte le realtà ecclesiali.

Il Papa usa parole forti, contundenti in più di un passaggio. Ci ha abituati Francesco a questi toni decisi, poco diplomatici, specie quando si rivolge ai collaboratori o al personale di Chiesa. Pare di sentire il tono della voce dei profeti: implacabile con i suoi, aperto e conciliante con i lontani. Mi viene da pensare che spesso noi facciamo il contrario, pronti a blandire chi è dei nostri e ad aggredire chi non lo è. Questo può aiutare a discernere il modo di fare di Francesco. Raccogliamo alcuni dei salutari rimproveri contenuti nel Messaggio.

La missione è opera di Dio

In primo luogo il Papa ricorda che la missione, ma possiamo appunto includere gli altri aspetti della vita della Chiesa, è opera di Dio. La salvezza non è la conseguenza delle nostre iniziative missionarie, e nemmeno dei nostri discorsi sull’incarnazione del Verbo. Intervento gratuito, imprevedibile che ci tocca riconoscere ed assecondare e che sovente invece ci permettiamo di organizzare, di programmare, addirittura di controllare. È Dio che tocca i cuori e li apre alla salvezza. La Chiesa può collaborare con la sua opera se rimane come tralcio unito alla vite, perché “senza di lui non possiamo far nulla”.

Va messa da parte dunque ogni presunzione per vivere gli atteggiamenti evangelici dell’umiltà, della libertà, della gratitudine. Bando al formalismo nella preghiera. Troppo spesso preghiamo perché bisogna farlo, usiamo formule vuote…

Dio viene prima di noi

Associata alla mania di protagonismo è la tentazione, sempre in agguato, di promuovere noi stessi anziché l’opera di Dio. Lascio parlare il Papa: Organizzazioni ed entità ecclesiastiche, al di là delle buone intenzioni dei singoli, finiscono talvolta per ripiegarsi su sé stesse, dedicando energie e attenzioni soprattutto alla propria auto-promozione e alla celebrazione in chiave pubblicitaria delle proprie iniziative. Altre sembrano dominate dall’ossessione di ridefinire continuamente la propria rilevanza e i propri spazi in seno alla ChiesaNon consumate troppo tempo e risorse a “guardarvi addosso”, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze del proprio apparato. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa. Si dispensano commenti.

Vicinanza con il popolo

Altra insidia ricorrente è che si perda il contatto con la realtà e ci si distanzi dal popolo. La Chiesa infatti viene troppo spesso scambiata per un ente burocratico, un apparato che deve occuparsi di una realtà inerte, ridurla in schemi interpretativi ed escogitare strategie di azione. Forse Francesco dimentica che la realtà è davvero complessa, ma i suoi richiami così forti e ricorrenti ad “uscire”, a stare e camminare con la gente, ci offrono un’altra immagine del corpo ecclesiale; un popolo appunto, che esprime vita, che cerca e trova la strada, inserito nel complicato tempo presente ma ricco dei doni di Dio e che aspetta di essere amato e servito da chi esercita in esso un ministero e non manipolato dalla presunzione intellettuale di alcuni o per fini di potere di altri. Una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli…

Snellire le strutture

Sulla stessa linea di prossimità al popolo e alla sua vita reale troviamo ancora l’invito alla semplificazione come pure ad evitare la centralizzazione delle strutture. Se ci sono cambiamenti da sperimentare nelle procedure, è bene che essi puntino ad alleggerire, e non ad aumentare i pesi; che siano volti a guadagnare flessibilità operativa, e non a produrre ulteriori apparati rigidi e sempre minacciati di introversione.

Preghiera e carità

Le Pontificie Opere Missionarie sono nate dalla gente ed hanno mantenuto nel tempo un carattere popolare. La proposta di sostegno alla missione è stata ed è molto semplice e concreta: preghiera e carità.

Ce n’è abbastanza, sebbene gli spunti siano molti ancora. Francesco non ha peli sulla lingua e sembra addirittura troppo esplicito, quasi sgradevole nelle sue sferzanti espressioni. Che le sue parole e lo stile che ha scelto per il servizio che sta svolgendo vengano accolte come voce profetica di chi ha a cuore la necessaria riforma della Chiesa, donino gioia nel sentirsi parte del santo popolo fedele di Dio, suscitino lo spirito missionario dei discepoli che Gesù continua a chiamare nell’ordinarietà della vita.

Don Marco Testa