Erano in tanti i giovani, la Chiesa del domani, a gremire Maria Ausiliatrice, allo starter dell’anno pastorale dedicato a loro. Erano tanti, tutti con i loro sogni, le loro legittime aspirazioni, con le loro preoccupazioni, le loro vite che si aprono, abbracciati idealmente da San Giovanni Bosco e dal Beato Piergiorgio Frassati, le cui esperienze straordinarie erano in mostra sui muri perimetrali della parrocchia, come due braccia accoglienti.
Due modelli esemplari, resi presenti con le preziose reliquie esposte davanti all’altare (la stola del fondatore delle congregazioni dei Salesiani; e la picozza originale del giovane alpinista, militante in associazioni del laicato cattolico), due figure molto vicine al mondo giovanile.
Da mons. Cristiano Bodo, che ha aperto l’annuale Convegno diocesano ed ha scritto una missiva ai giovani per l’anno che comincia e che li vede protagonisti, l’invito a guardare le orme lasciate da questi giganti della fede.
«Una delle orme da seguire è l’amore – ha esortato il Vescovo, inneggiando al metodo dell’amorevolezza, proprio di don Bosco. – E poi la perseveranza. E infine l’invito a scalare la vetta, raggiungere la vetta con quella gioia che si prova arrivando alla meta».
La preoccupazione principale del Vescovo è stata quella di rimarcare l’invito a sentire la voce di Cristo. «Abbiamo bisogno dei giovani. Soprattutto: Cristo ha bisogno di voi». La convocazione al convegno come appello a raccogliere il testimone di chi li ha preceduti.
Le mostre sulla vita di Don Bosco e di Pier Giorgio Frassati, allestite non solo in Chiesa ma anche nel salone dell’oratorio, al piano inferiore, saranno visitabili sino a domenica con orario 9-12 e 15-19.
Un altro appuntamento molto atteso si terrà domenica 10 novembre con l’affondo sulla figura del venerabile Carlo Acutis, scomparso all’età di 15 anni. La testimonianza sarà fornita dai famigliari del ragazzo. Il lungo percorso dell’anno dei giovani avrà poi un momento di forte risonanza nella settimana dal 26 marzo al 5 aprile, giornata delle Palme e giornata mondiale dei giovani.

INTERVENTO D. MARCO POZZA
“DATEVI AL MEGLIO DELLA VITA”
SALUZZO – E’ stato il vulcanico sacerdote padovano, parroco delle carceri “Due Palazzi” della città patavina, don Marco Pozza, il mattatore della serata inaugurale del Convegno diocesano.
Un sacerdote anticonvenzionale, noto per i suoi programmi televisivi, le interviste a Papa Francesco, i suoi libri, chiamato a parlare di un tema arduo: quello della gioia, desiderabile esperienza per chiunque, a volte difficile da agguantare nelle svariate situazioni in cui la vita ti raggiunge.
«Come posso parlarvi della gioia arrivando da situazioni drammatiche come quelle che vivo in carcere?» ha approcciato l’assemblea il sacerdote. Eppure, si percepiva che doveva essere possibile anche in quel luogo, nelle situazioni estreme, dove spesso la giovinezza se ne andava, perdendosi. Possibile riconoscere Cristo, anzi: riscoprire Cristo. Anche dietro alle sbarre.
Cristo: ragione della vera gioia, quella che non dipende da possesso, potere, esteriorità.
Lo ha dimostrato in toccanti racconti vissuti dai carcerati. Da chi si commuove nella semplice recita dell’Ave Maria, perché l’invocazione “prega per noi peccatori” assume, in una casa di detenzione, uno spessore non banale quanto carnale. A chi lascia un commento alle omelie domenicali, pieno di ringraziamenti. Poche volte, situazioni simili, accadono nelle parrocchie “normali”.
Don Marco Pozza utilizza l’episodio evangelico del “giovane ricco” per addentrarsi nella tematica della gioia. Il giovane ricco è un giovane qualunque, di cui non si conosce il nome, espediente per identificare ognuno di noi nel dialogo con il Nazareno. “Cosa fare per aver la vita eterna?” che si può tradurre con “cosa fare per contemplare la gioia per sempre”.
Non è una questione unicamente di precetti osservati. Anche, ma non basta. Persino un perfetto osservante avverte una mancanza. Come poetava Mario Luzi, uno che di profondità umana se ne intendeva. “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?” Lapidaria la risposta. “Il giovane ricco ha osservato tutto quanto per bene, ma alla domanda per chi lo faceva, non poteva che rispondere per il suo autocompiacimento, per l’applauso mondano. Al giovane ricco mancava Cristo. Questa è la mancanza che urgeva in lui; e la tristezza sopraggiungeva quando si allontanava da Lui”.
Non ci può essere gioia senza libertà. Libertà non di fare qualunque cosa; ma di aderire a Lui. Lui, solo Lui, è la gioia.

INTERVENTO DON MICHELE FALABRETTI
DARE CASA AL FUTURO
SALUZZO – Le conclusioni cui è arrivato il Sinodo dei Giovani dello scorso anno, hanno confermato alcune preoccupazioni già esternate, nell’ultimo decennio prima da Papa Benedetto XVI, che avvertiva su una vera e propria “emergenza educativa”; e poi da Papa Francesco, che ha inquadrato il periodo attuale non come un’epoca di cambiamento ma come un radicale “cambiamento d’epoca”.
Sono queste le allarmanti tesi esposte da don Michele Falabretti, sacerdote bergamasco, direttore del Servizio di pastorale giovanile della Conferenza Episcopale Italiana, intervenuto nella seconda serata del Convegno diocesano, venerdì scorso 4 ottobre.
Da sette anni segue la “pastorale dell’età evolutiva” ed ha provato con mano come non tanto il mondo giovanile sia cambiato, quanto sia mutato il clima generale di approccio al fatto cristiano.
«Sino alla conclusione del secolo precedente – ha rimarcato – il contesto generale favoriva la condivisione di valori tradizionali. Affiancavano la Chiesa tutte le altre agenzie formative, come la scuola o la famiglia. L’errore grave di certi ambienti cattolici è stato quello di aspettarsi una trasmissione della fede come un automatismo, come è sempre avvenuto».
Un errore costato caro che, lasciando inascoltati i primi scricchiolii del fenomeno, le prime avvisaglie, già emerse negli anni Novanta, ha portato ad un contesto di secolarizzazione diffuso.
«Tra Vangelo e vita è scomparsa la consonanza di un tempo. E i primi a risentire di questo mutamento sono proprio i giovani, cui gettiamo addosso responsabilità che non sono solo loro».
Ma anche in un contesto culturale cambiato, per certi versi addirittura avverso, «i cristiani non possono non essere gente di speranza. I cristiani hanno il compito di non arrendersi».
Quali, però, le mosse da approntare? Quali i modelli da proporre? Come dare casa al futuro, leit motiv della serata. Don Falabretti non illude nessuno: ricette formidabili, formule o bacchette magiche, non esistono.
«Non si può che ripartire da un cammino comune insieme. Generazioni diverse che provano a dare alla loro vita la forma del Vangelo». Ma, avverte, si tratta di un cammino buono ma ostico, irto di ostacoli, non raramente creati dagli stessi ambienti clericali, poco avvezzi a vedersi ridisegnare ruoli e compiti. E poi occorrerà ampliare le “competenze educative”, cercando di arginare il temibile, mirabolante tutorial “Mr. Google”, novello genio della lampada, che non dorme mai, che fornisce risposte anche esaustive, in tempo reale, ma nega una presenza. Inoltre favorire l’ascolto come base comune per attivare un dialogo; tenere ben presente le istanze giovanili, le loro metamorfosi, la crisi vocazionale in atto (non solo religiose ma anche matrimoniali); arrivando a rendere più flessibili le dimensioni della comunità nell’attenzione alle vite di ciascun membro.
Dura stoccata finale di Falabretti, specificatamente per il clero: «i giovani, nelle loro osservazioni al sinodo, hanno puntato il dito contro certe predicazioni, contro certe omelie dozzinali che non dicono più nulla».
Molti dunque gli argomenti sul tavolo di lavoro per il prossimo anno pastorale, per tornare ad investire sui giovani, autentiche promesse di vita.
Giancarlo Chiarenza