Struttura della Messa – 3

Da questa settimana entriamo all’interno della “Celebrazione”, soffermandoci su “i riti d’introduzione”,
analizzati in due momenti distinti. I fedeli sono in piedi – I riti d’introduzione servono per  dare avvio all’intera celebrazione e aiutano l’assemblea ad entrare nella giusta atmosfera spirituale. Per arrivare al cuore dell’Eucarestia, infatti, occorre avvicinarsi gradatamente attraverso una sapiente preparazione, che potremmo quasi definire marcia d’avvicinamento. Il profeta Elia per sintonizzarsi con Dio sull’Oreb dovette camminare 40 giorni e 40 notti (1Re 19,8).
L’Eucaristia si accontenta di molto meno. Il celebrante e il suo corteo raggiungono il presbiterio,
che è lo spazio sacro entro il quale si svolge la celebrazione. Questa processione può, o meglio dovrebbe essere, accompagnata da un canto, chiamato canto d’ingresso. Il canto, oltre ad essere la forma più elevata di
preghiera comunitaria, provoca, proprio perché coinvolge tutti i fedeli, la fusione e la coesione degli animi:
aspetto, questo, tutt’altro che secondario agli effetti della sincerità della partecipazione.
Nella liturgia, infatti, è diffuso il detto agostiniano: “Chi canta bene, prega due volte”. Al canto, dunque,
si attribuisce, forse ingenuamente, ma non senza un qualche fondamento, la capacità di raddoppiare l’efficacia della preghiera. Del resto la Bibbia, che è il grande codice interpretativo di tutta la liturgia, documenta una grande coralità nel modo di pregare.Il canto d’ingresso è solitamente preso dai Salmi, oppure è un testo rifatto, ma riconducibile a uno o più
Salmi. La Chiesa, infatti, non potrà mai staccarsi dalla lettura, dalla recita e dalla meditazione dei Salmi, perché ne subisce la suggestiva bellezza e riconosce in essi l’espressione di ogni forma di preghiera: dalla supplica dolorosa, fino all’esultanza.
La processione giunge all’altare e, mentre si conclude il canto d’ingresso, il sacerdote venera l’altare, simbolo
di Cristo, prima con un bacio, poi con l’incenso. L’incenso è una resina aromatica di provenienza orientale. Il suo uso è largamente documentato nella Bibbia. Nell’Apocalisse si assiste ad un frequente dondolare di
turiboli angelici, che levano volute di fumo profumato, simboleggiante l’elevarsi della preghiera a Dio (Ap 8.3).
Sembra che l’uso dell’incenso sia entrato nella liturgia cristiana guardando alla corte imperiale di Bisanzio, perché
lì si usava per onorare il monarca nelle grandi cerimonie di protocollo. La Chiesa ne ha trasferito l’uso verso “il Re dei regnanti e Signore dei signori” (1 Tim 6.15). E’ il momento del segno di croce. Tutti i partecipanti alla
funzione lo dovrebbero tracciare su di sé, con sobria eleganza, ma soltanto il celebrante ne pronuncia le parole.
All’assemblea compete l’Amen terminale. Il segno di croce è un piccolo capolavoro rituale, non privo di genialità:
la mano traccia sulla persona l’impronta della Croce e le
parole nominano il Dio cristiano, nella sua natura trinitaria. Nel divino Nome, comune alle tre Persone, ci si accinge all’Eucaristia, non intrapresa dunque per iniziativa umana. Non si sa di preciso quale sia l’origine del segno di
croce, ma c’è motivo di ritenerlo antichissimo. Il celebrante, con varie formule alternative, rivolgere il saluto all’assemblea, che risponde alla cortesia: E con il tuo spirito. Il saluto è sempre un atto di cortesia, che esprime attitudine al dialogo. E il dialogo nella liturgia diviene strutturale: si svolge, infatti, entro un regime di dialogo, doppiamente orientato. Si potrebbe quasi parlare di dialogo maggiore e dialogo minore: dialogo maggiore è quello che si instaura tra Dio e la Chiesa; dialogo minore quello tra celebrante e assemblea.
Il saluto introitale serve per attivare quest’ultimo, ovvero il dialogo tra Celebrante e fedeli.
La prossima volta proseguiremo nell’analisi degli altri passi che completano i riti d’introduzione.

 

Cristiano Bodo vescovo